Balzato tristemente all’attenzione del mondo nel 1978, quando fu invaso dalle truppe sovietiche, l’Afghanistan ha per millenni conservato gelosamente i tesori archeologici di cui era depositario.
Ti proponiamo qui un approfondimento su un tema che si ricollega al percorso di Alessandro Magno, nella sua marcia verso l’India, e che pone oggi questioni di scottante attualità per la violenza della storia e degli uomini. L’Afghanistan, infatti, è stato ed è tuttora teatro di una guerra che non risparmia nessuno, uomini, cose, storia, opere d’arte.


Un po’ di storia e di archeologia

La tradizione dei popoli dell’Afghanistan è sepolta nel suo territorio montagnoso, dove si aprono pianure rese un tempo fertili dall’opera di irrigazione dell’uomo. Qui passava la Via della Seta, che portava l’Occidente a incontrare l’Oriente e viceversa.

Solo nel 1922 si è cominciato a scavare in questa regione. La spedizione era guidata da un viaggiatore francese, appassionato conoscitore dell’arte del Gandhara, l’espressione nella quale elementi tipicamente indiani si fusero con elementi dell’arte greca per dare forma umana al Buddha. Egli cercò lì l’origine di questa espressione artistica, sorta in seguito all’espansione dell’ellenismo verso Oriente l’indomani della scomparsa di Alessandro Magno, lungo il percorso della Via della Seta in Afghanistan.

I contatti tra il mondo greco e l’India infatti, dopo Alessandro, si intensificarono quando le colonie greche della Battriana, sottrattesi all’autorità dei Seleucidi, gli eredi di Alessandro Magno in Siria, diedero vita a un regno indipendente sulle rive dell’Oxus, l’attuale Amudaria. Questo regno estese i propri domini a est e a sud dell’Hindukush, fino al Punjab e al territorio degli indiani Maurya. Fu uno dei sovrani, Ashoka, l’artefice della conversione al buddismo di questo popolo, tra il 270 e il 240 a.C. Da capo militare Ashoka si trasformò poi in sovrano pacifista e fece scolpire nella pietra numerose iscrizioni esaltanti la sua nuova fede.

Gli archeologi francesi scavarono intorno a Hadda, nel monastero buddista di Tapa-kalan, poi a Balkh, l’antica Bactres, nell’Afghanistan del nord, alla ricerca della città dove Alessandro aveva celebrato le nozze con Rossane e che un tempo aveva dato asilo al profeta Zoroastro. Fecero il censimento dei templi e delle statue buddiste della valle di Bamiyan, esplorarono il Seistan afghano per catalogare i siti preistorici e le fortezze musulmane distrutte nel XIV secolo dalle truppe di Tamerlano.

Nel 1937 fu scoperto il tesoro di Begram. Presso questa località a nord di Kabul, si trovavano le rovine dell’antica città di Kapisa, l'”Alessandria” del Caucaso, capitale della regione fino all’VIII secolo. Si diede avvio agli scavi e venne alla luce un tesoro favoloso, a testimonianza della ricchezza dei rapporti commerciali che in età romana si erano stabiliti tra il Mediterraneo e la Cina: piatti e recipienti di bronzo, vetri molati o dipinti fabbricati in Siria ed Egitto, statuine di origine greca, lacche cinesi dell’epoca della dinastia Han, placche indiane in avorio scolpito per la decorazione di un trono, resti conservati fino a poco tempo fa nel museo di Kabul, oggi forse trafugati in Pakistan.

Un paradiso terrestre con due angeli caduti

C’è una valle splendida protetta da alte montagne là nell’Afghanistan: è l’alta vallata di Bamiyan, detta anche la Valle degli dei. Essa restituì, nelle falesie che chiudono la sua parte orientale, cappelle, più di 750, nicchie e monasteri nei quali erano custodite statue e pitture. Tra esse due colossali statue di Buddha, oggetto di interventi di salvaguardia e di restauri da parte di diverse missioni archeologiche. La più antica, di 35 m di altezza, risale al III secolo d.C.; la più grande, 53 m, è del IV. Scavate nella scarpata calcarea che domina la vallata, erano in origine riccamente decorate, con un vivace rivestimento in stucco policromo. Le mani e la faccia erano dorate e le pareti interne decorate con affreschi. Il pellegrino cinese Hsien Tsung, in occasione di una visita compiuta nel 632, scrisse che i loro colori dorati brillavano da ogni parte e le loro preziose decorazioni abbagliavano la vista tanto erano sfolgoranti.

È in questa valle, nella quale scorrevano corsi d’acqua abbondanti, ricchi di minerali, irreggimentati nel corso dei secoli per farne canali essenziali per lo sviluppo dell’agricoltura, che si insediarono i successori di Alessandro Magno, e vi trapiantarono l’arte ellenica.
Con l’impero dei kushana, una dinastia di origine centroasiatica, che regnò sull’Afghanistan dal I al IV secolo d.C., Bamiyan e la sua regione divennero uno dei più grandi luoghi di incontro e di scambio di idee, d’arte e di cultura. Il re Kaniska, che si considerava uno dei più potenti sovrani al mondo, instaurò relazioni commerciali con Roma, nel I secolo d.C.

È in questo periodo che il buddismo si trasforma: sulla spinta del cristianesimo, non è più riservato agli iniziati, ma diviene una religione per tutti; nascono le prime rappresentazioni di Buddha come versione orientaleggiante del dio greco Apollo.

La regione subì poi gli attacchi dei sasanidi, nel III secolo d.C., degli unni bianchi, nel V, dell’islam, nell’VIII, riuscendo sempre a mantenere la propria impronta buddista e a sfuggire al fervore iconoclasta del rigido monoteismo islamico.

Solo nel X secolo il governatore turco di Balkh conquistò Bamiyan sconfiggendo l’ultimo re buddista e i volti dei Buddha iniziarono a subire una progressiva opera di sfregiamento, acutizzata nel 1222 quando i mongoli di Gengis Khan annientarono l’intera vallata e la popolazione che l’abitava, distrussero le torri e i castelli che la proteggevano, i sistemi di irrigazione che la rendevano fertile.

Negli anni successivi l’apertura delle rotte marittime tra Europa e Asia tagliò fuori per sempre questa vallata dagli antichi commerci e determinò la fine del suo originario splendore.

Oggi, tra rovine e rancori

Discendenti dei mongoli, gli hazara si insediarono lì fino al secolo scorso, quando furono deportati e schiavizzati dal re afghano Abdur Rahman; egli impose loro tributi punitivi pesantissimi, come il diritto di pascolo a favore dei nomadi kutchi, che potevano prendere schiavo un hazara e rivenderlo nella capitale.
La regione cominciò a essere visitata da viaggiatori e turisti negli anni Sessanta e Settanta. Dopo, l’inferno:

i dieci anni di occupazione sovietica, nei quali il paese è stato chiuso in un ferreo isolamento; gli hazara, considerati prototipo di popolo oppresso, furono ammessi nelle università, ebbero importanti incarichi nell’esercito e nell’amministrazione, sostenuti anche dai correligionari sciiti dell’Iran; i kutchi furono invece cacciati dall’Afghanistan;

i dieci anni di conflitto tra le varie fazioni che si sono succedute al governo dopo il ritiro delle truppe sovietiche, nel 1992, quando salirono al potere i mujaheddin che iniziarono a saccheggiare e distruggere Bamiyan nel 1995 e continuarono fino all’offensiva dei taliban nel 1997. Gli uomini in armi delle opposte fazioni hanno cominciato entrambi a sparare sulle statue dei Buddha. Dopo un anno di assedio gli hazara hanno consegnato Bamiyan alle truppe integraliste nel settembre 1998, l’hanno ripresa per un mese nel 1999, con nuovi bombardamenti, fuga della popolazione e rappresaglie di cui è difficile stimare il numero di vittime. Anche i kutchi nel frattempo sono tornati, armati dai taliban, dopo vent’anni, e hanno iniziato rappresaglie e saccheggi di cibi, tappeti, cavalli, bestiame in tutti i villaggi della zona. I rapporti dell’ONU, di Amnesty International e di altre associazioni per i diritti dell’uomo parlano di genocidio.

Ecco quanto scrivono due reporters che di recente sono riusciti a inoltrarsi nella valle di Bamiyan:

Là dove ci attendevamo di trovare un bazar fiorente e brulicante non abbiamo trovato altro che la desolazione. […] Abbiamo visitato dapprima le sale che si trovano alla base del Buddha più grande: nessuna traccia rimane degli affreschi e delle arcate decorate con figure di bodhisattva stanti o seduti. La gran parte delle sale sono tristemente vuote. Altre sono state trasformate in deposito di armi: in una sala armi automatiche e razzi, in un’altra mine anticarro di fabbricazione iraniana, statunitense e italiana nuove di zecca, detonatori per mortai, pericolosamente confusi con mine antiuomo russe, pakistane e cinesi. In questi anni le diverse fazioni hanno usato le sale come santabarbara, lì collocata con funzione deterrente: sarebbe stato infatti sufficiente un solo colpo di fucile per far esplodere l’intera falesia e con essa le statue.

Dopo esserci inoltrati in un cunicolo abbiamo raggiunto la sommità della falesia, in corrispondenza della testa del Buddha più grande. La parete est della nicchia sulla quale era stata scolpita la celebre immagine di un bodhisattva, vestito d’un abito nero e circondato da aureole multicolori è ancora al suo posto, ma ha subito non pochi danni e si distinguono facilmente i segni dei colpi di kalashnikov. Una fessura preoccupante attraversa la parete posteriore della testa del Buddha e su quel che resta del viso si vedono le tracce nerastre lasciate dai colpi di proiettili innescati con sostanze infiammanti. […] Le pitture murali sono state staccate e trafugate: un’intera sezione è stata chiaramente tagliata a partire dal soffitto ed è assai difficile sperare di poter mai rivedere quest’opera d’arte vecchia di oltre 1500 anni.
Siamo quindi ridiscesi per recarci a est verso il secondo Buddha. Una volta raggiunta la statua, abbiamo potuto verificare che le fessurazioni sono ancora più gravi di quelle riscontrate nella prima statua ed è chiaro che si tratta degli effetti di una o più forti esplosioni, che hanno compromesso anche le strutture delle sale, delle gallerie e delle scale. […] Il Buddha più piccolo è stato vittima di un accanimento maggiore. La testa è stata completamente distrutta, così come il cunicolo che si apriva dietro di essa.

I panneggi in stucco che decoravano la parte superiore del corpo si conservano appena per metà e, soprattutto, non è rimasto nulla dell’affresco più importante, che rappresentava un personaggio con l’aureola che guida un carro tirato da quattro cavalli alati. Di questa meraviglia restano solo poche tracce biancastre e i segni dell’esplosivo. Proseguendo lungo la galleria lo spettacolo è desolante: tutti gli affreschi ancora in buono stato sono stati staccati e trafugati: saranno stati immessi nel mercato clandestino delle opere d’arte e se ne perderà per sempre la traccia. (Archeo, attualità del passato, “Speciale Afghanistan”, n. 191, gennaio 2001, pp. 36-61)

A lettura ultimata ti invitiamo a una riflessione che cerchi le ragioni storiche dei conflitti negli Stati cosiddetti “cuscinetto” quali l’Afghanistan. Per rispondere considera attentamente la posizione geografica e strategica di questa regione.
Confronta ora la fine dell’architettura e della statuaria afghana con la fine della biblioteca di Alessandria così come ce ne parla Luciano Canfora, ricostruendo la storia degli ultimi momenti di quella culla di cultura.

Se l’arte, i libri, i monumenti sono espressione della libertà creatrice dell’uomo, l’intolleranza e l’iconoclastia sono, a tuo avviso, segno di incapacità di controllare e gestire la differenza? Perché?
Quali sentimenti ed emozioni ti provoca leggere queste pagine di attualità?

Se ti interessa l’argomento, puoi approfondirlo cercando sui giornali, a partire da gennaio 2001, i momenti più significativi di questa guerra ancora oggi combattuta in Afghanistan. Scoprirai la fine di questi due Buddha. Puoi farlo recandoti all’emeroteca, la biblioteca dei giornali, come dice il nome, della tua città. Oppure puoi farlo consultando in Internet gli archivi dei maggiori quotidiani on-line.

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