La nostra rovina arriva sempre con la B: prima Brezniev, poi Bin Laden, ora Bush e Blair”. Sima Samar, appartiena all’etnia hazara, conosce l’ironia. Nata a Jaghori nella provincia di Ghazni, 44 anni fa, ha studiato a Lashkargha, poi all’università di Kabul dove si è laureata nell’84.

Ha lavorato come medico nei campi profughi in Pakistan e poi ha fondato un Ong con ospedali e scuole, “perché la sanità va di pari passo con l’istruzione”. Capelli corti leggermente ramati, pelle chiara con qualche lentiggine, occhi velocissimi, Sima a Milano veste all’occidentale.

Perché ha deciso di venire in Europa con una guerra in corso?

Avevo promesso a “Terre des femmes” tedesca di partecipare a una conferenza a Berlino. Avevamo organizzato il viaggio prima dell’attentato alle torri e sono partita lo stesso nonostante fossero appena iniziati i bombardamenti sull’Afghanistan. Per arrivare ho fatto dodici ore di automobile sino a Karachi perché a Quetta non riuscivo a raggiungere l’aeroporto a causa dei disordini del partito islamico.

Delle guerra in corso sappiamo pochissimo. Che cosa ne sa lei?

Sono in contatto con i miei parenti che vivono nel centro del paese, dove per fortuna non ci sono campi di addestramento. Sento mia sorella a Helmand. Hanno un telefono pubblico da cui può chiamare suo marito, non lei perché è donna.

Donna, medico e dell’etnia hazara, quali battaglie ha dovuto combattere?

Più che altro donna, medico e senza peli sulla lingua: tre difetti che non ti lasciano scampo. Mi è sempre piaciuto studiare, volevo fare qualcosa per aiutare la mia gente e ho deciso di diventare medico. Durante l’occupazione russa i maschi venivano reclutati per l’esercito, così la maggior parte degli studenti erano donne e non c’erano limitazioni della libertà allora.

Chi sono gli Hazara?

E’ un gruppo etnico del centro dell’Afghanistan, siamo il 20-23 per cento della popolazione, abbiamo tratti somatici simili ai mongoli, e siamo di religione sciita. Siamo sempre stati cittadini di serie B nella storia del paese, discriminati in ogni modo, per cui nella nostra regione ci sono pochissime scuole, nessun ospedale pubblico, manca l’elettricità. Questo ora è vantaggio: non essendoci infrastrutture non ci bombardano. Certo è una magra soddisfazione.

Nell’89 ha fondato l’Ong Shuhada con il primo ospedale in Pakistan a Quetta, da dove arriva il nome?

Shuhada significa Martiri, in ricordo di quei cinquantamila che sono stati arrestati con l’invasione russa e non hanno mai fatto ritorno alle loro case. Shuhada nasce per dare salute e istruzione. Penso che solo la diffusione della cultura possa cambiare le cose, è che purtroppo non interessa a nessuno, tantomeno allora quando tutti erano impegnati a far studiare fondamentalismo ai ragazzini. Dopo la laurea, lavoravo per un ospedale di Quetta e nel campo profughi che ospita solo i pashtun perché gli hazara non hanno lo statuto di profughi. Giravano più soldi allora e le medicine erano gratis. Volevo fare qualcosa per gli hazara che vivono in due quartieri di Quetta e per tutti gli afghani rimasti nella mia terra. Così è nata Shuhada.

E i progetti di educazione per le bambine dell’afghanistan?

A Quetta facciamo dei corsi per bambine dai sette anni in su. All’inizio abbiamo anche avuto delle studentesse di 12 anni, per loro era la prima occasione nella vita di andare a scuola perché se la famiglia non ha grandi risorse economiche e deve scegliere, manda i maschi. Da noi invece la scuola è gratis e insegniamo quattro lingue: il farsi che viene parlato dagli hazari e dai tagiki, il pasthu dei pashtun, l’urdu che si usa in Pakistan e l’inglese. Poi ci sono i corsi di alfabetizzazione per donne adulte. Per queste ultime abbiamo anche creato un libro di testo che parla di educazione sanitaria, così mentre imparano a leggere apprendono cose che servono loro nella vita. Sotto il regime talebano le donne hanno disimparato a conoscere il loro corpo e praticamente non hanno avuto modo di essere visitate sa un medico (le donne possono essere visitate solo da un medico del loro sesso e la maggior parte delle dottoresse sono state sospese dall’incarico nel settembre del ’96). Inoltre abbiamo dei corsi parauniversitari per personale medico.

Che cosa è cambiato per voi quando i talebani hanno preso il potere a Kabul?

Abbiamo avuto delle pressioni, ma il lavoro non era facile neppure prima. Gli hazara non supportano troppi i talebani, tantomeno obbediamo alle loro prescrizioni. Ad esempio noi donne non vestiamo il burqa ma un lungo chador.

Quanto cosa all’anno la sua organizzazione?

Quattrocentomila dollari (circa 900 milioni di lire). Abbiamo ricevuto anche dei contributi dall’Unicef, dal Who (World Health Organisation), da associazioni europee e canadesi e da privati. I soldi servono per 39 scuole con più di 22 mila studenti e 393 insegnanti e sette ospedali che danno lavoro a 212 persone e visitano al giorno in media 50 persone ciascuno. Purtroppo in primavera, prima dei Buddha di Bamyan, i talebani hanno distrutto due nostri ospedali a Yakawlang e Bamyan.

Che cosa pensa degli incontri che si stanno facendo a Roma tra le varie fazioni dell’afghanistan e l’ex sovrano Mohamed Zahir Sha?

Sicuramente non può tornare la monarchia. Nessuno lo accetterebbe e sono cambiate tante cose rispetto a trenta anni fa. La parola spetta alla Lojagyrga, il nostro consiglio generale, un’assemblea che raccoglie le varie etnie dell’afghanistan. Un consiglio in esilio: l’ultimo incontro è stato a Roma nel ’99.

Che futuro per l’Afghanistan?

Ogni afghano, uomo o donna, deve avere diritto al voto. E bisogna che nella Lojagyrga siedano anche le donne, come prima. Tutti i gruppi etnici devono avere le stesse opportunità, mentre finora invece è successo che uno solo assuma il potere a discapito degli altri: prima Massoud, poi i Taleban. Ma sono ottimista: in un paio di anni possiamo avere la pace, un esercito nazionale, preparare la società per le elezioni. I giovani non hanno idea di che cosa voglia dire democrazia; negli ultimi ventitré anni hanno solo visto guerra e violenza e gli ultimi bombardamenti aggiungono altro dolore. Una bambina di 8 anni scappata da Bamyan in primavera dove le hanno sgozzato il padre davanti agli occhi il padre e la madre è morta per una bomba, mi diceva pochi giorni fa: dipende tutto dai soldi. Adesso ci fanno vedere alla Bbc madri e mariti americani che piangono le loro vittime. Ma non c’era nessuno a vedere che cosa succedeva qui.

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