Recensione del libro di Niamatullah Ibrahimi*: “Gli Hazara e lo Stato Afghano: ribellione, esclusione e la lotta per il riconoscimento”

* Niamatullah Ibrahimi è ricercatore presso la Deakin University. Ibrahimi ha recentemente concluso un dottorato in Scienze Politiche presso l’Australian National University e ha conseguito una laurea in Relazioni internazionali presso la London School of Economics and Political Science.

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Recensione a cura di Bijan Omrani disponibile in inglese qui

Il popolo Hazara ha vissuto sugli altipiani centrali dell’Afghanistan sin dal XIII secolo. È convinzione comune che essi siano i discendenti dei soldati mongoli arruolati nella regione nel periodo successivo alla conquista di Gengis Khan. A partire dall’istituzione dello Stato afgano nel 1747, gli Hazara hanno subito notevoli discriminazioni. Nel 1820 l’esploratore e scrittore britannico Sir Alexander Burnes affermò che all’interno della società afgana gli Hazara erano considerati poco più che ” raccoglitori di legna e attingitori d’acqua “. La pittoresca frase biblica di Burnes in realtà, attenuava persino in qualche modo la terribile realtà del popolo Hazara, fatta di oppressione istituzionale, massacri e schiavitù. Dai tempi di Burnes tuttavia la situazione è leggermente migliorata.

Il libro di Niamatullah Ibrahimi contiene un’eccellente analisi storica, la quale riesce ad indagare la relazione tra Hazara e Stato afghano. Il suo approccio è fondato sulla premessa che le tensioni etniche presenti all’interno del paese, non siano imputabili alle tensioni della jihad degli anni ’80 e ai successivi conflitti, quanto piuttosto al modo stesso in cui lo stato afgano venne costruito. Tale Stato infatti, sorse come uno degli ultimi imperi centro asiatici nella storia delle conquiste tribali, prima che l’espansione coloniale occidentale in India rendesse impossibile la rinascita di tali entità. Una confederazione di Pashtun, in quello che oggi è il sud dell’Afghanistan, approfittò del declino degli imperi persiani e indiani per ritagliarsi una propria politica dopo il 1747. Questo nuovo impero, precursore dell’Afghanistan moderno, aveva diverse caratteristiche importanti.  Esso era infatti un impero di Pashtun che governava su altri gruppi etnici, tra i quali proprio gli Hazara. Era inoltre dipendente dalle entrate provenienti dai distretti periferici conquistati, in particolare l’India, che utilizzava per finanziare il governo. Quando questo è andato perso, i leader Pashtun, non volendo alienare i loro seguaci Pashtun, decisero di estrarre le entrate necessarie dalle altre etnie, inclusi gli Hazara.

Fu proprio questa necessità di imporre pesanti tassazioni alle popolazioni del territorio afgano centrale, per non parlare della necessità dei Pashtun di affermare il loro primato, che rese la discriminazione e la tensione etnica una parte fondamentale del progetto di creazione dello Stato afgano. Gli hazara inoltre, sono per lo più sciiti, un fatto che nel corso della storia ha fornito un utile pretesto per il governo afgano sunnita, il quale alla fine del XIX ha spesso utilizzato la religione per giustificare il proprio dominio, imporre tassazioni opprimenti e togliere agli Hazara i loro territori ancestrali. Tra il 1880 e il 1890, l’emiro afghano Abdur Rahman Khan trovò negli Hazara il perfetto capro espiatorio per unire i Pashtun e con essi un paese disunito. Egli infatti promise terre e schiavi Hazara a tutti coloro i quali avessero aiutato il governo ad attaccare questo popolo al fine di sottometterlo al  controllo di un forte governo centralizzato. La campagna contro gli Hazara fu perciò di aiuto nel consolidamento del regno e del potere militare di Abdur Rahman.

Egli minò in questo modo la tradizionale élite di proprietari terrieri e le strutture stesse della società, governando con l’assistenza di alcuni condiscendenti notabili sotto la direzione di funzionari Pashtun. Persino quegli Hazara che decisero di collaborare vennero esclusi dal più ampio governo nazionale, un modello che è continuato fino al XX secolo. Il governo nazionale ha anche usato i nomadi Pashtun (o Kuchi) come proxy per costringere i proprietari terrieri Hazara a indebitarsi e per espropriarli dei loro terreni, un fenomeno che è continuato (anche se non necessariamente con il sostegno del governo) persino in tempi molto recenti.

Nonostante le ingenti entrate estratte dalle popolazioni Hazara e la loro sottomissione a tale comportamento oppressivo, fino ad oggi gli Hazara hanno raramente beneficiato dei servizi governativi o dello sviluppo delle infrastrutture. Per tutto il XX secolo, nelle regioni abitate dagli Hazara le scuole erano pochissime, e anche i piccoli tratti di strade moderne oggi esistenti, videro la luce solo dopo il 2001. Vi è un paradosso nel fatto che nonostante gli Hazara abbiamo mostrato un atteggiamento cooperativo nei confronti del governo centrale in seguito alla caduta del regime Talebano, gli aiuti esterni alle regioni Hazara siano di gran lunga inferiori agli aiuti forniti a regioni come Kandahar e Helmand, dove la violenza contro le forze straniere e il rifiuto di un governo centrale risultano essere endemici.

Il lavoro di Ibrahimi dedica ampio spazio anche alle dinamiche interne alla politica Hazara a partire dall’invasione sovietica del 1979 fino ai giorni nostri, e questo studio, basato su una considerevole quantità di lavoro sul campo e interviste dirette, è forse tra i contributi più significativi apportati dall’autore. Ibrahimi traccia i periodi di virtuale autonomia Hazara che seguirono l’invasione sovietica, quando vi furono svariati tentativi di ottenere il controllo della regione, da parte di gruppi rivali Hazara appartenenti a diverse ideologie. Particolarmente interessante è la sua analisi circa l’influenza iraniana: mentre le diverse fazioni ideologiche presenti all’interno della nascente rivoluzione sciita iraniana dei primi anni ’80 erano impegnate in una competizione per il  potere, gli echi di questa rivalità ideologica si diffusero tra vari gruppi Hazara, ma anche tra alcuni gruppi di maoisti e intellettuali. Di particolare interesse è anche la discussione di Ibrahimi su come gli Hazara, la cui unità era stata gravemente danneggiata dal fazionalismo nel corso degli anni ’80, decisero di riunirsi e sostenere il governo centrale, mentre tale comportamento è stato pressoché assente tra molti Pashtun .

 

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