Evelina Colavita


Oltre mille ragazze dell’etnia minoritaria Hazara, fuggite dall’Afghanistan frequentano le scuole della dottoressa Sima Samar a Quetta in Pakistan. Alcune di queste ragazze mi hanno raccontato la loro storia. Inizio da Fatima, che nonostante i suoi tredici anni frequenta la prima elementare alla scuola per ragazze Ariana a Quetta.

Fatima
Fatima è una ragazza molto intelligente, ha tredici anni ma ciò nonostante frequenta la prima elementare perché lei fino a sei mesi fa viveva a Kabul dove a partire dal 1996 i Taliban hanno vietato alle ragazze di andare a scuola. Sei mesi fa appunto, Fatima è fuggita a Quetta in Pakistan insieme ai suoi genitori e a sua sorella maggiore. Suo padre a Kabul era disoccupato e Fatima ricamava tutto il giorno per guadagnare dei soldi, quindi di giocare nemmeno se ne parlava. Anche qui a Quetta la madre e le due bambine ricamano per guadagnare da vivere poiché il padre tuttora non ha trovato un lavoro. L’affitto della stanza nel quartiere affollato di Mareeabad è di 1000 Rupie (13 EUR ca.) al mese e per poter guadagnare questi soldi Fatima doveva ricamare dozzine di chador e di fazzoletti. Quetta non le piace affatto, qui è una profuga, avrebbe preferito rimanere a Kabul che comunque è la sua patria.

Le sue amiche sono rimaste a Kabul. Ogni tanto Fatima poteva andare a trovarle, nascosta sotto un burqa e accompagnata da un suo parente maschio, perché solo in queste condizioni donne e ragazze afghane possono lasciare la casa sotto il regime dei Taleban. Un fatto la rende però felice, finalmente può andare a scuola e forse il suo sogno si avvererà: vorrebbe diventare medico, come la dottoressa Sima.

Latifa

Latifa ha undici anni ed è arrivata a Quetta 2 mesi fa. É cresciuta nel villaggio di Hulqui nella provincia di Jaghori in Afghanistan. A Hulqui frequentava la scuola locale della dott.ssa Sima e ora a Quetta ü stata inserita in terza elementare, perché deve recuperare alcune materie, come per esempio urdu, che è la lingua parlata in Pakistan. A lei Quetta piace perché la vita in Afghanistan era noiosa per lei, dopo le lezioni doveva rimanere a casa e aiutare suo padre. II padre di Latifa prima dell’arrivo dei Taleban era ingegnere ma ora faceva il sarto e Latifa ricamava per lui. Anche qui a Quetta deve lavorare ma ogni tanto può uscire in cortile e giocare con le sue nuove amiche. Fino a notte fonda fa tappeti insieme ai suoi due fratelli minori e a sua sorella. Solo così la famiglia può sopravvivere.

“Qui a Quetta tutto è carissimo ma a scuola abbiamo dei banchi e non dobbiamo stare sedute per terra a scrivere, come in Afghanistan.” Il padre di Latifa non è a Quetta, è stato ucciso in Afghanistan. Per questo motivo la madre e i quattro figli devono guadagnarsi da vivere. L’affitto per la stanza nella quale vivono e il cibo che comprano al mercato è molto caro. Per colazione mangiano solo pane raffermo e tè. Per il latte invece i soldi non bastano.

Salima

Salima ha diciotto anni e nel 1998 ha lasciato l’Afghanistan per venire a Quetta. Frequenta la stessa elementare alla scuola Ariana. Anche a lei la vita non sorride. Le lezioni della sesta elementare si svolgono nel turno del pomeriggio dalle 12.15 alle 16.30. Al mattino e dopo la scuola Salima aiuta a fare i mestieri di casa. Ha 3 fratelli, 2 sorelle, zie e nipoti. Tutti quanti vivono ammucchiati in due stanze nel quartiere di Mareeabad. Sono undici persone in due stanze e in queste condizioni non rimane spazio per potersi concentrare sui compiti. Tanto a Salima non rimane quasi tempo per i compiti, da’ lezioni di recupero per ragazze e ragazzi appena arrivati dall’Afghanistan che devono abituarsi ad alcune materie come urdu o inglese. Di sera Salima ricama dei chador fino a notte inoltrata e con il ricavato dei ricami si compra i quaderni e le penne per la scuola. Salima vorrebbe diventare prima della classe e riuscire ad essere ammessa al Science Institute della Dott.ssa Sima Samar, dopo aver finito la dodicesima classe. Il suo sogno e’ quello di diventare maestra per poter aiutare il suo popolo.

“Non è bello vivere a Quetta come profuga, la gente ti guarda male e tutti ti chiedono dei prezzi esagerati. Ognuno tenta di sfruttarti e di ingannarti. Desidero tanto poter tornare in Afghanistan come maestra e di poter insegnare. Spero che in futuro nessuno dovrà lasciare il suo paese. L’Afghanistan è un bel paese, ci sono le montagne e tutto quanto, qui a Quetta c’è solo polvere. In Afghanistan pero c’è la guerra ed è per questo che devo vivere qui a Quetta”.

Fahima

“ho 21 anni e fino ad un mese fa vivevo a Kabul. Ora sono iscritta allo Science Institute a Quetta. Insieme ad altre tre ragazze afghane vivo nell’ostello della dottoressa Sima. Mi piacciono le lezioni all’Istituto, anche perché oltre alle materie scientifiche qui ho la possibilità di studiare l’inglese e di imparare ad usare il computer. Fino ad ora non avevo mai visto un computer, e di sicuro non ne avevo mai toccato uno. A Kabul facevo tappeti, tre bambine e un bambino del vicinato mi aiutavano.


Iniziavamo alle 7 del mattino e smettevamo alle 20. Ci mettevamo un mese per finire un tappeto. Ero io a guadagnare i soldi per mantenere la famiglia. Ora mio padre mi ha permesso di venire a studiare qui a Quetta. Mio fratello manda dei soldi dall’Ucraina dove lavora in nero. Senza questi soldi di mio fratello, mio padre non mi avrebbe mai permesso di smettere di lavorare e di venire a studiare. Mi piace qui a Quetta ma la mia famiglia mi manca tanto.”

Quando era permesso giocare, ossia giochi afghani

Aquilone (Kaghaz Paran)
I ragazzi, più di ogni altro gioco, amavano far volare i loro aquiloni. Gli aquiloni coloratissimi volavano molto in altro, anche ora a Quetta posso vedere ogni tanto qualche aquilone nel cielo. Più in alto vola l’aquilone, più e’ facile far avvinghiare il filo del proprio aquilone attorno al filo dell’aquilone dell’avversario e poi con un tiro deciso si spezza il filo dell’altro aquilone. “Lo scopo del gioco è, che alla fine solo il tuo aquilone vola nel cielo”, spiega Mehdi, “questo richiede perizia e molto allenamento. Ma da tanto tempo in Afghanistan non volano più gli aquiloni, i taleban hanno vietato questo gioco, come del resto hanno vietato tutti gli altri giochi.”

Il gioco delle uova sode (Tochmdjangi)

Anche questo gioco ora e’ vietato. Nel passato i ragazzi giocavano con le uova sode. Chi riusciva a rompere il guscio dell’uovo dell’avversario con il proprio uovo sodo vinceva l’uovo dell’avversario.

Bambole (Gudi Paran)
Come in tutto il mondo le ragazze giocavano con le bambole. Ora nemmeno le bambole sono permesse. Rappresentano la figura umana e pertanto sono state vietate dai taleban.

Giochi cantati
In alcune case le bambine possono ancora giocare a questi giochi ma non possono cantare ad alta voce. Secondo un decreto dei taliban la voce femminile non deve essere udita, nello stesso modo come è vietato il rumore delle scarpe femminili sul ciotolato delle strade.

Abu bodjan Abuh
Dastr Gulim Sharaba
Sharabina choradni
Peste hakim bordani
Hakim Hakim Zan kada
Nesfe nona kam karda
Choda rosish kona
Aspak Tshubish konat
Nano kurutish konat
Aku ku A kish kish
Ku ku ku barge chinar
Dochtara shishta
Katar michina done Anor koshki kaftar
Me budam parme sadam
Ab zam zam me chordam
Rege daria mi chindarn
Sher gori Allah Allah
Man goftam dardubala Ku ku ku

O padre caro padre
C’è del nettare nel mio fiore
Onesto nettare noi lo possiamo bere
Lo possiamo portare al conte
Il conte, il conte ha trovato una sposa
Porta il tamburo intorno alla spalla
Ha cotto metà del pane
Dio gli dia il pane quotidiano
Gli dia un cavallo di legno
Gli dia Quruty (pano con panna acida)
Ay colomba Ay, vola via
foglia dell’albero
Le bambine stanno sedute in cerchio
Raccolgono un melagrano da terra
Vorrei essere una colomba
Allora volerei nel cielo
Allora berrei l’acqua della sorgente zam zam
Allora beccherei la sabbia del greto del fiume
Il leone dice Allah Allah
E io dico dardubala (questo è un affare pericoloso)

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