Traduzione dall’inglese dell’articolo apparso su Middle East Eye il 17 novembre 2016 dal titolo “The Hamburg verdict: Myths, media and a Muslim monster” 

Di Stéphanie Pouessel

Traduzione di Nicole Valentini

La corte suggerisce che l’attacco di Capodanno sia stato in larga parte costruito a tavolino. Dovremmo riflettere su come ciò sia potuto accadere e su come possiamo fare in modo che non si ripeta mai più

7079892-3x2-700x467Testimonianze manipolate dalla polizia, media convulsi, menzogne politiche per scopi elettorali. Non fosse per i sentimenti anti-islamici predominanti nella società di oggi, questa vicenda potrebbe trasformarsi in uno dei più grandi scandali tedeschi degli ultimi anni.

Il primo novembre, la Corte di Amburgo ha emesso il verdetto del processo che vedeva accusati alcuni stranieri e rifugiati di stupro e molestie sessuali nei confronti di alcune donne. Fatti che secondo l’accusa sarebbero avvenuti il giorno di Capodanno ad Amburgo e in molte altre città tedesche, inclusa Colonia.

Si tratta di un verdetto inaspettato: la Corte di Amburgo ha infatti stabilito che la polizia ha manomesso le prove e manipolato le testimonianze. Questa sentenza riguarda però solo il caso di Amburgo. Una sentenza separata per i fatti di Colonia è attesa ad aprile, ma è probabile che anche in questo caso il verdetto sarà simile.

Sia i politici che i media hanno fabbricato il “caso di Colonia” in modo da “rafforzare le dichiarazioni della polizia e inasprire le leggi su stranieri e rifugiati così da poterli buttar fuori dal paese più velocemente” Ha dichiarato Dietmar Henning, giornalista di World Socialist Website.

La decisione della corte ci porta a credere che gli eventi accaduti il giorno di Capodanno siano stati costruiti ad arte dai media. Tale verdetto risulta ulteriormente preoccupante alla luce di quanto riportato dai media sulla questione, inclusi alcuni articoli che criticavano i rifugiati siriani e denunciavano una “cultura” e dei “valori” incompatibili con quelli europei.

Una terra di fantasia

Il primo giornalista a fare allusioni a questo riguardo, è stato Kamel Daoud, il cui articolo dal titolo “Colonia, una terra di fantasia”, era stato pubblicato lo scorso gennaio su Le Monde. Questo articolo faceva riferimento alla situazione delle donne nell’Islam, un mondo nel quale, secondo Daoud, le donne sono viste come cittadine di seconda classe.

Nel suo articolo Daoud sosteneva che le donne sono “messe da parte, rifiutate, uccise, stuprate, rinchiuse e possedute. Il corpo femminile non è visto come in Occidente, libertà fondamentale, ma come decadenza. Un corpo quindi, che può essere solamente posseduto o “stuprato”.

Io sono stata una delle firmatarie di un articolo scritto in risposta alle accuse di Daoud. In questo articolo abbiamo messo in  dubbio le sue conclusioni razziste e il fondamentalismo delle sue parole. La mia intenzione qui non è però di dimostrare che avevamo ragione.

Infatti, a prescindere dai risultati di quest’indagine, che vi siano accuse collettive di stupro o meno, il messaggio è lo stesso: dovremmo evitare di definire le persone in relazione al loro credo religioso e alla loro etnia, e non dovremmo focalizzarci sull’”Islam” come unica fonte delle motivazioni dei colpevoli.

Non abbiamo mai escluso che uomini di origine araba potrebbero aver commesso atti criminali, ma incolpare collettivamente i rifugiati, gli arabi in generale e i musulmani in particolare, incolpando così un’intera cultura, è eticamente e sociologicamente inaccettabile.

Ciò è valido per chiunque e ovunque, ma dovrebbe essere maggiormente valido per l’Islam oggi, considerati gli attacchi che riceve quotidianamente. Attacchi protetti da una libertà di parola apparentemente accettata anche nelle alte sfere dello stato.

Il processo di Amburgo e il relativo verdetto, verranno riportarti e commentati? Questo verdetto provocherà lo stesso interesse dell’”evento” in sé?

Ovviamente no. Gli esiti di un processo non vendono bene come i giornali. Non si confanno al clima corrente. Non instillano paura e odio negli altri.

Quasi nessun media riporterà il verdetto di questo processo che ha portato a una sola condanna. Dove sono i giornalisti, gli organi di stampa, i ricercatori, gli scrittori, gli intellettuali e presentatori che hanno scritto centinaia di rubriche, che sono stati intervistati alla radio e alla televisione, che non hanno mostrato alcun rimorso per i loro argomenti razzisti basati su accuse errate, per alimentare la paura dell’Islam, per rafforzare ulteriormente la xenofobia e indebolire la reputazione dell’Islam in Europa e nel mondo occidentale?

Dai fatti di Colonia a Donald Trump

Ho citato il mondo occidentale perché questo scandalo travalica i confini europei per estendersi fino agli Stati Uniti: nella versione inglese dell’articolo di Daoud pubblicato sul New York Times, l’editorialista algerino incolpa la supposta relazione perversa con il corpo e il sesso nell’Islam come una spiegazione per i fatti di Colonia.

Questa voce proveniente dal “Sud” che critica l’Islam non può essere accusata di razzismo. No, si tratta solo di un’altra pietra nella fondazione del razzismo made in America, che si trova così spesso in combinazione con sentimenti anti- establishment, anti-“Black Lives Matter” e anti-Obama.

In seguito alla sparatoria di San Bernardino, Donald Trump ha dichiarato che “fino a quando i rappresentanti eletti del nostro paese non capiranno cos’è successo, l’ingresso negli Stati Uniti dovrà essere vietato a tutti i musulmani”

Durante la sua campagna elettorale, inoltre, Trump ha detto di non aver alcun problema nel guardare i bambini siriani negli occhi e dirgli che loro non possono venire qui.”

Chiaramente Trump, Le Pen e Alternative für Deutschland non aspettavano certamente un Kamel Daoud o un Gilles Kepel, il quale ha sostenuto il primo, per sviluppare un pensiero di estrema destra. Non dobbiamo tuttavia sottovalutare la forza delle parole pubblicate nei media e la diffusione di dichiarazioni così semplici e omogenee in grado di alimentare la paura delle persone. In particolar modo quando tali dichiarazioni provengono dal “mondo arabo-musulmano”.

Le generalizzazioni così popolari di questi intellettuali, rafforzano pregiudizi che portano al rifiuto dell’altro, all’ostracismo e in tempo di elezioni, a voti in più per l’estrema destra.

Separazione

La nostra risposta all’articolo di Daoud sarebbe potuta essere una buona occasione per aprire un dibattito sulle idee. L’articolo ha invece suscitato e attirato così tante riserve e insulti, da arrivare a dimostrare come sia effettivamente impossibile compiere dei progressi in questa direzione, considerata la resistenza, il pregiudizio e la posta in gioco oggi tra gli intellettuali e i politici in Francia.

Purtroppo lo scandalo che ha circondato il “processo di Amburgo” è un segno dei tempi, il quale mostra la facilità con la quale le persone riducano l’Islam ad una cultura omogenea sviluppatasi nella sua stessa bolla, tramandata da tempi ancestrali e immutabile. Un Islam trattato come una religione e una cultura che porta con sé valori ereditati dai tempi in cui fu creata e incompatibile con la società francese, per portare l’esempio del paese che conosco meglio.

Lungo questo stesso percorso, con lo scandalo del “burqini” che ha gettato altra benzina sul fuoco, stiamo assistendo alla costruzione, da parte di giornalisti e politici, di un Islam minaccioso e interamente monolitico. Questo processo mediatico di fabbricazione dell’Islam assieme alla rimozione della sua storicizzazione, è stato spesso alimentato dalla ricerca delle scienze sociali, la quale è stata a sua volta eccessivamente influenzata dalle varie agende politiche.

Dobbiamo perciò continuare a lottare contro questo pensiero miope che si estende a tutti i domini, dal mondo accademico ai media, in quanto esso non può che spianare la strada al razzismo e alla creazione di mostri. Trump ne è stato il primo beneficiario. Dobbiamo fare molta attenzione ad evitare questo tipo di pensiero, altrimenti non raggiungeremo alcun obiettivo, o quantomeno non lo raggiungeremo tutti assieme.

Sulla scia di questo verdetto, non creiamo perciò ulteriori scandali, ma fermiamoci per un attimo a pensare. Concentriamoci su coloro i quali hanno creato tutto questo, al fine di diffondere le loro ideologie culturali razziste e colpire dove fa più male.

Facciamo caso alle loro scorciatoie, alle loro bugie e osserviamo coloro i quali hanno contribuito alla creazione di questo mostro ora propagatosi su scala globale. Osserviamo la menzogna secondo la quale tutti i musulmani sono intrinsecamente dei pervertiti che stuprano le donne in Europa e la cui cultura è incompatibile con la nostra.

E nell’osservare queste persone, prendiamo le distanze e distacchiamocene.

Stéphanie Pouessel è ricercatrice di scienze sociali presso l’Istituto di ricerca nord africano contemporaneo (IRMC). Come antropologa Stéphanie Pouessel svolge un lavoro di ricerca a Tunisi su tematiche come le minoranze culturali, la migrazione e la diaspora.

 

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