di Luca Avanzini

Nato a Kabul nel 1991, Moshen Taasha Wahidi, nome d’arte di Moshin Mohammad Kazim, è uno dei giovani artisti più interessanti nel panorama delle arti visive afghane. Scoperto a livello internazionale nel 2012 in occasione della sua partecipazione a Documenta 13, l’artista è oggi rappresentato in occidente dalla galleria svizzera Theca Gallery. L’opera di Moshen Taasha, prevalentemente pittorica ma aperta nelle sue ultime espressioni anche al video e all’installazione, è caratterizzata da un forte radicamento nella cultura millenaria della sua terra, temi da cui parte per sviluppare una riflessione critica sulla situazione sociopolitica del paese, martoriato da divisioni interetniche, integralismo religioso e da una guerra che dura ormai da più di dieci anni.

© Mohsen Taasha Wahidi, AIIEOOEI LGHRBTT [portrait], 2013, colored pencils and watercolor on paper, 45x65cm. Courtesy Theca Gallery

© Mohsen Taasha Wahidi, AIIEOOEI LGHRBTT [portrait], 2013, colored pencils and watercolor on paper, 45x65cm. Courtesy Theca Gallery

Di etnia Hazara, minoranza di origini turco-mongoliche e fede sciita, Moshen Taasha Wahidi si appassiona al disegno fin da bambino e coltiva le sue doti nell’Institute of Fine arts di Kabul e nell’ambito di workshop sull’arte contemporanea organizzati nella città da artisti internazionali, come Ashkan Sepahwand, Adrian Villar Rojas, Chu e Emeric Lhuisset. Dopo aver fatto parte del gruppo Roschd (Il fiorire), il giovane lo lascia, a causa di frizioni etniche e politiche e fonda i Bad artists, in seguito chiamati Taasha artists (Nascosti), appellativo assunto poi dall’artista nel suo nome d’arte. L’opera di Moshen Taasha (nascosto) Wahidi racchiude nella vivacità dei suoi colori e nella finezza dei suoi tratti grafici sprazzi di luce e di ombra, di bellezza e di morte.

I fogli leggeri di carta calligrafica su cui disegna e dipinge sono al contempo fragili specchi e potenti critiche di una società. I suoi lavori raccontano una storia ferita, ritratta di volta in volta nella fusione di sagome umane senza volto, versi coranici e grida spezzate. Nelle sue opere Mohsen Taasha Wahidi unisce la sapienza della parola scritta, che usa spesso come sfondo, disegnandovi e dipingendovi direttamente su pagine del Corano, all’uso simbolico del colore e di dettagli iconografici ripresi sia dalla tradizione mediorientale sia dall’universo figurativo occidentale, in particolare quello surrealista.

Nella serie di opere Racconto di una generazione (Memoir of a generation), per esempio, pagine antiche di versi coranici macchiate di acquerelli verdi e arancioni sono la scenografia sulla quale si stanziano i profili di uomini trasparenti. Si tratta dei pretesi detentori della verità del passato, mostri umanoidi senza ragion propria dalle teste cubiche di vetro e dai corpi gonfi di sentenze. Essi mostrano il braccio muscoloso della legge, ma sono rappresentati nudi e impotenti, svelati dall’artista nella loro pochezza, coperti unicamente da un bavaglio rosso fatto di drappi di un sipario, che non ne riesce tuttavia a celare l’illegittimità, rivelandone al contrario l’acefala prepotenza soverchiatrice. Altre serie di lavori, come quelle degli acquerelli in rosso (The reddish essence) e del surrealismo (The red curtain, Behsood in blood – Kochi attacks), ritraggono il dolore della popolazione Hazara, vittima nella complicata convivenza etnica nel paese, vissuta in prima persona dall’artista fin da bambino. Taasha disegna la sua gente attaccata nei propri villaggi dalla mano armata dei Kochi, popolo nomade pashtun utilizzato dai talebani per colpire le etnie rivali, o in composizioni simboliche tinte di rosso simili a flussi di coscienza visivi.

In queste opere sono rappresentati occhi, cuori, vene e sangue Hazara, che raccontano il dramma e l’offesa di un intero popolo e della sua cultura secolare. Su campiture rosse e nere si stagliano invece le figure orientaleggianti dei cicli sulla morte (In the seventh sky, In the other world, Death or a new beginning, Voyage of hereafter). Qui, la contingenza e la denuncia sociale e politica lasciano il posto alla saggezza atemporale di personaggi dai lineamenti persiani, intenti a meditare al chiaro di luna, su sfondi di calligrafie coraniche, sul significato dell’esistenza e della morte. I rossi scarlatti che scorrono violenti nelle altre serie si riducono a piccole campiture, in composizioni dove al sangue e al pathos si sostituisce la calma immortale di neri, bianchi e beige. La morte non è più fine tragica provocata da un nemico, ma, secondo l’insegnamento del poeta, astronomo e filosofo persiano Jalāl ad-Dīn Muhammad Balkhī – meglio noto in Occidente come Rumi (XIII sec. d.C.) – la morte è l’inizio di un nuovo percorso dello spirito.

Dopo il riconoscimento ottenuto con la presentazione di diversi lavori nell’ambito della tredicesima edizione di Documenta 13, Moshen Taasha Wahidi è stato denunciato e aggredito per oltraggio all’autorità religiosa per aver esposto a Kabul un dipinto intitolato Un uomo che legge il Corano senza comprenderne il significato (A man reading Quran without knowing its meaning). L’opera è stata considerata espressione anti-islamica dal ministero dell’Informazione e della cultura, e all’artista è stata interdetta la possibilità di esporre le sue opere su tutto il territorio afghano. Lo stesso ministero, nel 2010, aveva premiato il giovane come “miglior artista contemporaneo” dell’Afghanistan. Nonostante le pressioni politiche, Moshen Taasha Wahidi continua ad oggi la sua attività lavorando insieme al suo gruppo Bad artists a nuovi progetti in cui amplificare la potenza e la risonanza del suo segno pittorico attraverso l’utilizzo di nuovi media e di nuove possibilità espositive internazionali.

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