di: Ben Doherty | Brisbane Times

Traduzione di Giulio Zorini
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Nonostante i rischi del lungo, lento viaggio in nave verso l’Australia – resi crudamente evidenti dal disastro dell’Isola del Natale questa settimana quando due richiedenti asilo sono annegati – centinaia di Hazara in Pakistan stanno progettando di compiere lo stesso viaggio.

Di fronte a ciò che è stato più volte descritto come un “genocidio sistematico” in Pakistan, sempre più Hazara stanno cercando di abbandonare il paese con ogni mezzo possibile.

Fairfax Media afferma che i 95 richiedenti asilo a bordo della nave da pesca che è affondata al largo dell’Isola del Natale fossero tutti Pakistani, alcuni Hazara e altri Pashtun. Un ragazzo di quattro o cinque anni e una donna sulla trentita sono morti.

Gli Hazara, facilmente riconoscibili per via dei loro lineamenti asiatici, per generazioni sono stati obiettivo della violenza settaria in Pakistan e Afghanistan. I gruppi estremisti sunniti, in particolare il Lashkar-e-Jhangvi del Pakistan, si sono ripromessi di eliminarli perché musulmani sciiti.

Per centinaia di anni, gli Hazara dell’Afghanistan sono scappati verso la relativa sicurezza di Quetta, sull’agitato confine ovest del Pakistan. L’ultima ondata di rifugiati è stata condotta fuori dall’Afghanistan dalla violenza talebana, ma Quetta non è un rifugio sicuro. Quest’anno c’è stata un’allarmante crescita nel numero e nella gravità degli attacchi contro gli Hazara in Pakistan. In otto attacchi, 216 Hazara sono stati uccisi e più di 300 sono rimasti feriti.

L’attacco più terribile è avvenuto quando una bomba ha ucciso 94 persone il 10 gennaio scorso, in una sala da biliardo. Il gruppo Lashkar-e-Jhangvi ha rivendicato l’attacco.

In Pakistan, i rappresentanti degli Hazara hanno dichiarato alla Fairfax che i giovani Hazara, in special modo, sentono di non poter più vivere in Pakistan.

“I giovani Hazara stanno cercando di scappare per nave verso l’Australia”, afferma Yasin Changezi. “Questo è qualcosa di normale, che chiunque a Quetta, tra i giovani, cerca di fare. Il denaro non è un problema per loro, ma trovare un modo legale per lasciare il Pakistan è un problema molto serio”.

Sajjad Hussain Changezi (nessuna parentela) afferma che la maggior parte dei richiedenti asilo ha pagato circa 700000 rupie pakistane ($6800), ma anche fino a 1200000 rupie, per la possibilità di andare in Australia.
Dopo un volo verso Malesia, Indonesia o Thailandia, s’imbarcano su navi dall’Indonesia. I rischi sono noti.

“Lo tengono in conto. Dicono apertamente: ‘Se sto in Pakistan, c’è un proiettile per me. Se cerco di andare in Australia e annego, ero comunque già morto in Pakistan. Ma posso farcela e forse iniziare una nuova vita’”, afferma. “Sempre più gente dalla nostra comunità sta prendendo questa decisione”.

Il sito della diaspora “Hazara.net” riporta che più di 300 Hazara sono morti cercando di raggiungere l’Australia via nave. Sajjad crede che potrebbero essere tre volte tanto.

“Ogni volta che una nave affonda, porta circa 200 persone”, dice. “E noi siamo a conoscenza di più occasioni in cui le navi sono affondate nelle acque tra Indonesia e Australia”.

L’anno scorso, Afghanistan e Pakistan sono state due delle maggiori fonti di richiedenti asilo verso l’Australia. Il numero di Afghanistani arrivati sulle spiagge australiane è salito dal 79 per cento al 3079, mentre i Pakistani sono saltati dall’84 per cento al 1512. Il Dipartimento dell’Immigrazione dell’Australia non rilascia statistiche sull’etnia, ma si ritiene che la grande maggioranza siano Hazara. Ora ci sono 50000 Hazara che vivono in Australia.

Quasi tutti i 600000 Hazara del Pakistan vivevano in due piccole enclavi fortificate a Quetta. Viaggiare fuori dalle mura di Mehr Abad, o Hazara Town, significa rischiare di essere uccisi o rapiti.

Anche all’interno la popolazione non è al sicuro. L’attentato alla sala da biliardo dentro Hazara Town ha scosso i suoi residenti, secondo Fatima Atif.

“Viviamo in una prigione aperta, siamo stati completamente isolati e nessuno può uscire senza temere per la propria vita”, afferma. “Non abbiamo possibilità di uscire per studiare, lavorare o per dedicarci ad alcun genere di attività, nemmeno per fare visita a qualcuno. Non abbiamo alcuna libertà”.
Sajjad afferma che gli Hazara sono vittime di un “genocidio sistematico”.

“Siamo un bersaglio specialmente per il nostro aspetto”, dice. “C’è la convinzione che ogni Hazara sia uno sciita”.
Per gli Hazara a Quetta, ci sono poche opportunità di lavoro o di studio. Le aziende guidate dagli Hazara sono costrette a chiudere o i loro proprietari vengono rapiti. L’Università del Belucistan in passato aveva 300 Hazara iscritti, ora non ne ha nessuno, dopo che alcuni autobus che trasportavano studenti Hazara sono stati fatti esplodere. “Non ho perso i miei fratelli, ma due cugini, molti amici e molti cugini di secondo grado”, dichiara Sajjad. “E ho un amico il cui fratello è annegato cercando di raggiungere l’Australia. Conosco una famiglia, un’intera famiglia, la madre, la sorella, i loro figli e figlie, tutti sono annegati – eccetto uno dei figli, che è sopravvissuto”.

Atif ha perso un cugino. “Imran è annegato in Agosto ma alcuni nostri familiari sperano ancora che possa essere vivo”, dice. “Non è stato dichiarato morto, è solo disperso”.
Il Lashkar-e-Jhangvi, originario del Punjab e collegato con i talebani e al-Qaeda, dichiara apertamente che intende continuare ad uccidere gli Hazara.

“Non siamo impauriti dall’autorità del governatore né dall’esercito del Pakistan e continueremo a uccidere gli Hazara sciiti nelle loro case”, afferma il portavoce Abu Bakar Siddiq.

Il Lashkar-e-Jhangvi è stato bandito in quanto organizzazione terroristica negli Stati Uniti, in Gran Bretagna, Australia e Pakistan, ma i suoi agenti si muovono senza essere ostacolati e attaccano impunemente in Belucistan.

Pubblicano minacce sui giornali e ad Hazara Town hanno distribuito pamphlet in cui affermano che vogliono uccidere tutti gli Hazara. Hanno pure reso noto un numero di cellulare a cui la gente può scrivere per denunciare e offire informazioni sulla posizionie di persone di etnia Hazara nelle strade di Quetta. La corte suprema del Pakistan ha compiuto lo straordinario passo d’indagare sulla violenza spontanea contro gli Sciiti del Pakistan, in particolare gli Hazara.

Il presidente della corte suprema Iftikhar Muhammad Chaudhry dichiara che le autorità sono state intimidite da minacce terroristiche affinché non agissero. “Si sarebbe dovuto agire contro il Lashkar-e-Jhangvi molto tempo fa”, ha affermato.

Il responsabile pakistano per Human Rights Watch, Ali Dayan Hasan, dice che l’inattività del governo fosse determinata dallindifferenza alla violenza estremista o che addirittura la appoggiasse.

“Le autorità pakistane nella migliore delle ipotesi sono solo spettatori indifferenti delle stragi, nella peggiore sono cinici fiancheggiatori di chi causa questi massacri”, afferma. “Questa è una crisi che né i Pakistani né il mondo possono più permettersi d’ignorare”.

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