Di NICOLE VALENTINI

…dopodiché mi avete messo una pettorina arancione e mi avete fatto pulire la città in segno di gratitudine. Sarebbe continuato probabilmente così il brano del Vangelo di Matteo (25,31-46) se Gesù fosse vissuto ai giorni nostri. Nella ricca città di Trento infatti, il Cinformi (Centro informativo per l’immigrazione della Provincia autonoma di Trento) in collaborazione con il comune e con alcune cooperative che operano nel settore dell’accoglienza, ha dato vita a un’iniziativa dal titolo “Noi siamo Trento – profughi volontari per la pulizia della città”.

L’iniziativa è partita nel 2015 ma ha avuto un tale successo che è stata riproposta anche quest’anno, questa volta nel comune di Rovereto. Lino Osler, direttore del consorzio Multiservizi, partner del progetto, ha voluto sottolineare che i ragazzi sono volontari: “Per questa attività non ricevono alcun compenso. Si tratta di un bello scambio: noi diamo un’opportunità a loro, loro danno un’opportunità alla città”.

Uno degli scopi dichiarati di questo progetto è quello di far sentire i richiedenti asilo come cittadini a tutti gli effetti (e ciò sembra legittimo considerando che molte sono le iniziative di questo tipo aperte alla cittadinanza). Il problema sorge però riguardo al secondo scopo: ovvero quello di ripagare con del lavoro gratuito, quanto offerto dal Trentino e in generale dallo Stato italiano, in termini di accoglienza. In molte altre regioni italiane che hanno promosso iniziative analoghe, questo scopo sembrava rappresentare infatti la motivazione principale.

Eppure nessun rifugiato ha l’obbligo morale di sentirsi riconoscente nei confronti delle istituzioni e ciò per tre semplici motivi: il primo è che la legge italiana e comunitaria prevede il diritto all’accoglienza per tutti i richiedenti asilo, il secondo è invece relativo alle responsabilità dei vari stati occidentali nelle guerre che hanno portato milioni di persone ad abbondare tutto per ricominciare una vita altrove.

Infine è bene ricordare che i principali beneficiari del sistema accoglienza in Italia, sono gli italiani stessi, dando loro un lavoro e facendoli persino talvolta diventare milionari (In alcune intercettazioni emerse dall’inchiesta Mafia Capitale, si può sentire Salvatore Buzzi, presidente di consorzi e cooperative romane dal fatturato annuo di 60 milioni di euro, affermare che “si fanno più soldi con gli immigrati che con il traffico di droga”. Possiamo quindi immaginare il giro di miliardi di Euro che ruota attorno al business dei rifugiati, business grazie al quale numerosissime cooperative gestite da italiani DOC possono speculare).

La gratitudine è un gran bel sentimento quando il soggetto destinatario non deve giuridicamente nulla, è invece sciocco pretenderla quando ciò che viene concesso lo è per legge, non a caso Carlo Cattaneo affermava che “chi ha diritto non ringrazia”.

Attraverso queste iniziative e il modo in cui essere vengono presentate, l’accoglienza viene presentata come un atto di carità e non come il diritto che è effettivamente. Che poi vi siano moltissime persone che non vorrebbero veder riconosciuto questo diritto, quello è un altro discorso. Chiediamo forse a qualsiasi categoria in difficoltà presente sul territorio, di ringraziare per gli aiuti economici e sociali ricevuti? Ovviamente no. Il problema sorge unicamente quando il destinatario di tali aiuti è “l’altro”, oggi lo straniero (anche il termine straniero andrebbe maggiormente definito, in quanto straniero è oggi definito unicamente chi proviene da un paese povero o in guerra), ieri il meridionale, domani qualcun altro.

Se non bastasse l’immagine di giovani rifugiati di origine africana in pettorina arancione, armati di scopa e circondati da trentini che ridono e scattano foto a far sorgere qualche dubbio circa l’eticità di una simile iniziativa, possiamo giungere alle stesse conclusioni anche razionalmente.

La natura discriminante del progetto Cinformi & Co. deriva non dalla pulizia delle strade in sé ma dalla chiara distinzione tra cittadini di serie A e cittadini di serie B, tra chi possiede diritti (gli italiani) e chi invece riceve una concessione arbitraria fondata sulla generosità (rifugiati). Ironia della sorte, quando l’anno scorso il ministro Alfano chiese ai Comuni di “far lavorare gratis i migranti”, gli unici a criticare l’iniziativa etichettandola come “schiavismo” furono Sel e Salvini.

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