di Razi e Soheila Mohebi

Il 15 febbraio 1989 Boris Vsevolodovich Gromov, generale a capo dell’Armata Rossa, attraversa il ponte sul fiume Amu-Daria, al confine fra l’Afghanistan e l’ex Unione Sovietica. Giunto alla metà di quello che veniva chiamato “ponte dell’amicizia”, si ferma e si volta indietro. Gettando lo sguardo sul paese che il suo esercito abbandonava dopo 10 anni, mormora fra sé e sé alcune parole. Nessuno ha mai saputo il contenuto di queste parole sussurrate… forse una preghiera per i suoi soldati caduti in una guerra senza senso, forse un sospiro di sollievo per essere uscito vivo dalla “’palude afghana’”.

Forse ancora l’invocazione di una illusoria giustizia storica: gli americani, che avevano appoggiato le milizie in rivolta, avrebbero vissuto un giorno la stessa sconfitta.

A 22 anni di distanza da quella data, le misteriose parole che molti libri di storia hanno messo in bocca al generale russo suggeriscono una riflessione. La storia, come prevedibile, si e’ ripetuta. Ai dieci anni della dominazione sovietica si sono aggiunti oggi i dieci di quella internazionale, a guida americana. Nel luglio 2011 i primi soldati americani hanno iniziato a ritirarsi dal paese, preannunciando una “’strategia di uscita’” destinata a avere il culmine nel 2014.

La guerra estenuante contro i sovietici aveva lasciato in eredità agli afghani un paese profondamente diviso, che nel 1989 precipiterà in una lunga guerra civile, proseguita fino al 2001. Anche questi “effetti collaterali” si ripeteranno dopo il prossimo ritiro? Questo interrogativo preoccupa quanti, afghani e non, hanno a cuore il futuro dell’Afghanistan, all’interno del paese e nel mondo. Guardandoci negli occhi, leggiamo una preoccupazione che ha radici lontane.

A preoccupare sono piu’ elementi. Rispetto al 1989, la situazione appare più difficile e complessa: l’esercito afghano, ricostruito da zero negli ultimi anni, é poco preparato e male equipaggiato; le istituzioni pubbliche hanno una scarsa legittimità e l’economia é drogata dalla guerra, dal commercio dell’oppio e da una corruzione capillare. Tutto questo rende ulteriormente fragile il tessuto sociale, e fa presagire scenari di conflitto etnico che potrebbero sfociare in una nuova guerra civile.

Negli ultimi mesi inoltre le notizie delle trattative fra Stati Uniti e leader talebani corrispondono ad un tentativo di riabilitare l’immagine pubblica di questi ultimi, revisione che potrebbe preparare il terreno a accordi calati dall’alto e lontani dalle necessità della popolazione. L’interrogativo su ciò che succederà dopo il 2014 diventa pertanto ancora più necessario e urgente.

Nel guardare al futuro dell’Afghanistan vediamo un vuoto: da una parte, le rivendicazioni politiche e sociali dei movimenti che hanno dominato il paese si sono finora ispirate a teorie importate dall’estero, confinando allo spazio dell’oralità la trasmissione di una coscienza nazionale. Dall’altra l’opinione pubblica occidentale appare spesso influenzata da visioni stereotipate e semplicistiche.

Afghanistan 2014 nasce come un tentativo di colmare questo vuoto, creando uno spazio di dialogo e confronto tra intellettuali, artisti, giornalisti, ricercatori, attivisti e studenti afghani e non.
Vogliamo documentare e mettere su carta proposte, interpretazioni, visioni, teorie e punti di vista su “Afghanistan 2014”, per trovarne i punti comuni e individuare i semi di possibili soluzioni.

Occorre a nostro avviso gettare le basi di una diplomazia popolare, stimolando la capacita da parte della società civile afghana ed occidentale di elaborare riflessioni e soluzioni. Indagare la storia e la memoria, e le loro narrazioni, per trovare gli elementi di una narrazione condivisa e di un dibattito fecondo.

I mezzi sono a disposizione di tutti nella quotidianità. Innanzitutto quelli offerti dalle nuove tecnologie della rete internet, che intendiamo sfruttare per creare spazi di condivisione e dialogo, quindi l’incontro diretto tramite conferenze, incontri pubblici, scambi e gemellaggi fra università e centri culturali e infine la pubblicazione e la circolazione di opere scritte e di realizzazioni cinematografiche in Afghanistan e nel mondo occidentale.

Afghanistan 2014 vuole dunque porsi come punto di raccordo fra soggetti diversi, come centro di raccolta di articoli e espressioni culturali e artistiche e come osservatorio sull’andamento della “questione afghana” nei tre anni che ci separano dal 2014.

Il 13 luglio 2011 i primi soldati del contingente americano sono partiti, dando il via a un lungo ritiro. Nel dicembre 2014, mentre i festeggiamenti esploderanno nelle strade del paese, l’ultimo militare della coalizione N.A.T.O. osserverà l’Afghanistan dall’alto, chiuso nell’abitacolo di un aereo ultraveloce.

In questi tre anni vogliamo abbassare lo sguardo: dal livello della forza e della diplomazia internazionale a quello delle persone, delle idee e dell’azione sociale. Vogliamo salire su un’ideale “ponte dell’amicizia” costruito da conoscenze, incontri e proposte. Girarci, una volta arrivati a metà, e poter pronunciare parole chiare, capaci di arrivare lontano e di costruire nuovi ponti.

Guardarci negli occhi con franchezza, per lasciare al passato parole perse nel vento e sguardi distratti.

Razi e Soheila Mohebi, registi Hazara rifugiati in Italia.

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