di Nicole Valentini
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Mohammad Amin Wahidi è un giovane filmaker Hazara rifugiato in Italia. La sua stessa vita e le vicende che lo hanno costretto all’esilio in Italia potrebbero benissimo essere trasposte in sceneggiatura.
La carriera di Amin inizia in Afghanistan, quando ancora giovanissimo comincia a presentare due programmi televisivi, uno dedicato al cinema e l’altro all’insegnamento della lingua inglese.

Le minacce da parte dei Talebani iniziano in questo periodo, ma è solo nel 2007 che avviene l’evento che cambierà per sempre il suo destino. Nel 2007 inizia infatti a girare “le chiavi del paradiso”, un film d’accusa contro i Talebani e la loro ideologia oscurantista e proprio a causa di questo film le minacce di morte da parte dei Talebani iniziano a farsi più concrete ed allarmanti.

I suoi genitori lo convincono ad abbandonare il Paese, due amici giornalisti lo aiutano ad ottenere un visto e l’asilo politico in Italia. Amin giunge così a Milano dove ancora oggi lavora e dove ha concluso i suoi studi presso la scuola di cinema e televisione. In Italia Amin continua poi a girare cortometraggi.

I soggetti dei suoi film ruotano attorno ai temi dell’esilio, ai racconti della sua terra, del multiculturalismo e della difficoltà di mantenere una propria identità in terra straniera.

Amin Wadidi giovane filmmaker hazara

Amin Wadidi

“L’ospite” rappresenta l’ultima fatica artistica di questo giovane e talentuoso filmaker. Candidato al premio “Città di Venezia”, evento collaterale della Mostra Internazionale d’Arte cinematrografica di Venezia, il cortometraggio verrà proiettato il 6 settembre alle ore 16:00 presso il centro culturale comunale Candiani di Mestre.

Il protagonista è un giovane fuggito dalla guerra e giunto a Venezia dopo un viaggio interminabile. E’ lui l’ospite inatteso che si ritrova ad approdare in una città opulenta, una babele di lingue dove è impossibile osservare lo stesso viso due volte nello stesso posto. Una città che accoglie ogni anno migliaia di persone provenienti da ogni angolo del pianeta in cambio di denaro. Con uno sguardo disincantato, il film mostra l’antinomia tra gli ospiti “attesi” i turisti e l’ospite inatteso, il rifugiato, lo straniero.

Nei tempi antichi ospite e straniero rappresentavano un binomio linguistico e culturale. Basti pensare al vocabolo stesso: straniero. In greco il termine xenos designa al tempo stesso lo straniero e l’ ospite. Fin da Omero, infatti, l’ospite è stato rivestito di dignità, rispetto ed accoglienza.

Nella stessa cultura dell’Afghanistan, all’ospite, indifferentemente dal sesso, dalla religione o dalla provenienza, viene riservato un rispetto e un’accoglienza che non si possono riscontrare in Occidente. Anche il termine latino hostis che indica lo straniero, non contiene in sé nessuna sfumatura di ostilità, come invece accadrà più tardi, fino ad arrivare a quell’ambiguo binomio di ostilità-ospitalità.

L’hostis finisce così con il tempo per rappresentare il nemico pubblico, il nemico che viene dall’esterno. Il cortometraggio indaga proprio sulla rappresentazione sociale dell’ospite e dello straniero e sulle implicazioni di questa rappresentazione sulla sua stessa vita. Il film pone interrogativi e affida a noi la responsabilità di offrire delle risposte.

Se “l’altro” è l’ospite noi chi siamo? E soprattutto se come affermava Derrida “l’ospitalità è etica” possiamo noi definirci persone etiche?

fonte:http:frontierenews.it

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