di @AlidadShiri 

Mi è venuto il desiderio di dare qualche indicazione ai politici e a tutti coloro che hanno qualche responsabilità nel gestire il fenomeno migratorio, offrire loro come una guida che deriva dalla mia esperienza di vita. Capisco che l’orgoglio può essere un impedimento nell’ascoltare chi è arrivato senza conoscere una parola delle lingue che qui si parlano, anche se in questi anni di intensa e continua formazione ho acquisito, grazie a tante persone, una competenza comunicativa dei miei pensieri e riflessioni. Non sono idee filosofiche che traggo dai libri, ma mie considerazioni profonde che ho elaborato con fatica e impegno nella conoscenza della realtà in cui vivo nei suoi vari aspetti culturali, religiosi, sociali, politici… Non vado in giro a vagabondare per passare il tempo, ma sono spesso invitato qua e là per tutta Italia a confrontarmi con persone di ogni tipo, giovani e non giovani, che vogliono capire attraverso la mia testimonianza le ragioni del mio essere qui, in fondo le stesse di altre migliaia di persone coraggiose e dignitose che hanno storie simili alla mia. Anche per me questi incontri sono preziosissimi per comprendere la loro realtà, le loro paure, le loro speranze, il loro modo di pensare e vedere il mondo. Eppure i miei richiami ai politici, che più volte ho espresso, anche mandando loro messaggi personali, non sono ascoltati.

Se ho avuto risposte, queste sono generiche senza prendere in considerazione quanto loro proponevo. Cari Presidenti delle Province di Bolzano, Arno Kompatcher, e di Trento, Ugo Rossi, mi permetto di rivolgermi ancora a Voi sollecitandovi a riconoscere che il sistema di accoglienza ai rifugiati e migranti così come è adesso non funziona. Anche qui come in tutta Europa hanno larga presa sull’opinione pubblica le politiche populiste che fanno leva sulle paure e propongono chiusure come soluzione. Manca una strategia di base per formare ed informare i cittadini, buone pratiche di preparazione all’accoglienza da parte degli amministratori che si avvalgano dei rifugiati stessi per spiegare agli autoctoni nei quartieri delle città e nei paesi le motivazioni del loro arrivo qui. Mancano frequenti occasioni di dialogo guidato da persone competenti. Se vogliamo davvero includere le persone che arrivano perché diventino una risorsa e non un problema, dobbiamo preparare progetti a lunga durata che prevedano percorsi scolastici e formativi. Inoltre dopo il riconoscimento del loro status, i rifugiati devono lasciare il centro di accoglienza, non trovano generalmente alcuna possibilità di integrazione nel sistema lavorativo, quindi nemmeno un domicilio.

L’alternativa, come sappiamo, resta la strada e tutti conosciamo la pericolosità di luoghi come i paraggi della stazione di Bolzano o di Via Dante a Trento, approdo di molti infelici che finiscono nelle reti della criminalità e dello spaccio per la disperata ricerca di sopravvivenza. Per natura gli esseri umani, come gli animali, diventano anche aggressivi e feroci in situazioni di grande difficoltà che diventano un pericolo per l’intera Polis. Anche il carcere è diventato ormai come una mensa per uomini più fragili, riconoscono gli stessi agenti di polizia penitenziaria. La mia storia, come sapete, è un esempio di buona accoglienza da parte della società civile. Anche le Nazioni Unite attraverso un breve filmato di sensibilizzazione la stanno proponendo come esempio di possibile positiva inclusione. Con il vostro contributo esperienze simili posso essere moltiplicate.

Tratto da: Quotidiani Alto Adige e Trentino 03.05.2017

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