DI ROSSELLA FABIANI

Isolato per motivi geografici e religiosi, oppresso dai taliban, oggi il popolo hazara può dare speranza all’Afghanistan. Nella provincia di Bamiyan, coltivatori di patate di etnia hazara, lavorano sotto i resti dei Bhudda scolpiti nella pietra calcarea 1.500 anni fa, forse dai loro stessi antenati, e demoliti dai fondamentalisti islamici nel 2001. Sotto gli occhi di quei Buddha sono andati e venuti mercanti della via della seta e missionari di ogni fede. Emissari di vari imperi, mongoli, safavidi, mogul, inglesi e sovietici hanno attraversato questa provincia. E’ sorta una nazione chiamata Afghanistan e più di un regime è nato, è caduto o è stato rovesciato. Le statue sono rimaste lì.

Ma per i taliban i Buddha erano soltanto idoli non islamici, eresie scolpite nella roccia. Distruggendo i Buddha, hanno voluto sottolineare la supremazia della loro fede sulla storia e la cultura. E ancora. Hanno voluto dimostrare il loro potere nei confronti della gente che viveva sotto le statue, gli hazara, abitanti di una zona isolata dell’Afghanistan centrale nota come Hazarajat. Questa è la loro terra, ma pur costituendo un quinto della popolazione del Paese, gli hazara sono sempre stati considerati degli estranei. In un paese a larga maggioranza sunnita, loro sono in maggioranza sciiti. Sono considerati da sempre dei gran lavoratori, eppure svolgono i lavori più umili. I loro lineamenti asiatici, occhi stretti, naso schiacciato, viso largo, li hanno relegati a una casta inferiore.

I taliban che nel 2001 governavano il Paese, erano in prevalenza fondamentalisti sunniti di etnia pasthun e consideravano gli hazara come esseri inferiori soprattutto perché, secondo loro, non pregano come deve pregare un vero musulmano. Un detto talebano sui gruppi etnici non pasthun dell’Afghanistan dice: “I tagiki nel Tagikistan, gli uzbeki nell’Uzbekistan e gli hazara nel goristan”, vale a dire, al cimitero. Quando i taliban hanno distrutto i Buddha stavano assediando l’Hazarajat dando alle fiamme interi villaggi per fare terra bruciata della provincia. Poi la tragedia lontana dell’11 settembre che al popolo hazara è apparsa come una promessa di salvezza perché ha provocato l’intervento americano.

Adesso, a oltre sei anni dalla caduta dei taliban, la terra degli hazara mostra ancora le cicatrici di quel periodo, ma si intravedono prospettive inimmaginabili dieci anni fa. Oggi la provincia è tra le più sicure dell’Afghanistan e le piantagioni di papavero da oppio, così diffuse in altre zone del Paese, qui sono praticamente inesistenti. A Kabul, la capitale, sede del governo centrale di Hamid Karzai, c’è un nuovo ordinamento politico e gli hazara hanno finalmente accesso alle università, a impieghi nell’amministrazione pubblica e a possibilità di carriera che erano state sempre loro precluse. Uno dei vice presidenti del nuovo Afghanistan è hazara, come lo è il parlamentare più votato, nonché l’unica governatrice donna del Paese. Persino il bestseller internazionale “Il cacciatore di aquiloni “ (da cui è stato realizzato anche un film) racconta la storia di un Hazara, per quanto immaginario.

Mentre il Paese, dopo decenni di guerra civile, è impegnato in una faticosa opera di ricostruzione, sono in molti a credere che l’Hazarajat possa costituire il modello di una nuova società non solo per gli stessi hazara, ma per tutto il popolo afghano. Una speranza, però, ancora frustrata dal presente: strade mai costruite, la rinascita dei taliban e crescenti ondate d’estremismo sunnita. Il progetto di ricostruzione dei due Buddha, che prevede la raccolta delle migliaia di frammenti di roccia che li componevano, tuttavia, è stato avviato. Anche gli hazara stanno cercando di ricomporre il loro passato, ma non hanno idea di come può essere un futuro libero dalle persecuzioni. L’Hazarajat è molto conservatore, ma tutt’altro che fondamentalista. Le donne possono andare a scuola, hanno i loro interessi e la loro libertà. In tutta la provincia, l’istruzione è una priorità. Anche se la scuola è soltanto una tenda o un edificio senza finestre, anche se i figli potrebbero portare del denaro a casa andando a lavorare, i loro genitori vogliono che studino. E’ hazara la gioventù più istruita e progressista, pronta ad afferrare le possibilità offerte dalla nuova situazione. A Kabul oggi il 40 per cento della popolazione è hazara. Hossein Yasa, direttore del quotidiano Daily Outlook, scrive che ci sono stazioni televisive e giornali di proprietà hazara e che è in costruzione un enorme complesso con madrasa e moschea sciita. Ma il sogno più grande per gli hazara è vedere finalmente un luogo dove ci sia una chiesa e un tempio induista, dove possano coesistere religioni diverse.

Ma costruire qualcosa su questa terra non è facile, anche se l’Hazarajat potrebbe essere un esempio di quello che è possibile ottenere in una provincia che crede nel processo di rinnovamento della nazione, dove coltivare papaveri è haram, proibito dalla legge islamica. Ma forse è già passato troppo tempo. La ricomparsa dei taliban che hanno ripreso di mira i leader hazara di diversi distretti confinanti con le loro roccaforti a sud del Paese, rievoca gli incubi del passato. La speranza è che in Afghanistan emerga finalmente una nuova generazione di leader in grado di condurre il proprio popolo oltre le logiche dei signori della guerra e della jihad. Ma molto dipenderà da quanto cresceranno i taliban, dal grado di impegno che la comunità internazionale saprà mantenere e dal modo in cui le tensioni tra gli Stati Uniti e l’Iran (Paese a maggioranza sciita) si ripercuoteranno sugli hazara. In gioco c’è la storia di un intero Paese. Che è anche la storia di tutti.

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