I Buddha di Bamyan

Un Simbolo della Cultura Hazara, Arte e Storia in Hazarajat

I Buddha di Bamiyan erano due enormi statue del Buddha scolpite da una setta buddista nelle pareti di roccia della valle di Bamiyan, in Afghanistan, a circa 230 chilometri dalla capitale Kabul e ad un’altezza di circa 2500 metri; una delle due statue era alta 38 metri e risaliva a 1800 anni fa, l’altra era alta 53 metri ed aveva 1500 anni.

Nel 2003 vennero inseriti, insieme all’intera zona archeologica circostante e al paesaggio culturale, nella lista dei Patrimoni mondiali dell’umanità dell’UNESCO, che si è impegnata, insieme ad altre nazioni, per la ricostruzione delle due statue, distrutte nel 2001 dai talebani.

Storia

Bamiyan si trova sul percorso della Via della seta, un itinerario mercantile che univa i mercati della Cina con quelli dell’Asia centrale e meridionale, del Medio Oriente e dell’Europa. Fu la sede di numerosi monasteri Buddhisti e un florido centro religioso, filosofico e artistico dal II secolo in poi, fino all’invasione islamica del IX secolo.
I monaci del monastero vivevano come eremiti in piccole grotte scavate nella roccia ai lati delle statue. Molti di questi monaci abbellirono le loro grotte con statue religiose e affreschi dai colori sgargianti.

Costruzione

Si pensa che le due statue siano state costruite nel III e nel V secolo dai Kushan e dagli Eftaliti all’apice dei loro imperi. Da queste due tribù indoeuropee col tempo si è formata la base delle popolazioni Pashtun, il gruppo etnico da cui provenne poi il seguito dei Talebani.
Il pellegrino buddhista cinese Xuanzang, giunto a Bamiyan intorno al 630, descrive la regione come un fiorente centro buddhista, “con più di cento monasteri e più di mille monaci”, e nota che entrambe le statue erano “decorate con oro e splendidi gioielli” (Wriggins, 1995).

Una statua monumentale raffigurante Buddha seduto, simile per stile a quelli di Bamiyan, si trova nelle grotte del Tempio Bingling, nella provincia cinese di Gansu.
Nel mese di dicembre del 2004 un gruppo di ricercatori giapponesi scoprì che gli affreschi di Bamiyan furono dipinti fra il V e il IX secolo, e non fra il VI e l’VIII secolo come si pensava precedentemente. La scoperta è stata fatta analizzando gli isotopi radioattivi contenuti in fibre di paglia trovate al di sotto degli affreschi.

Patrimonio dell’umanità

Dal 2003 sono stati riconosciuti come Patrimonio dell’umanità dall’UNESCO e subito iscritti nella lista dei patrimoni in pericolo.
Le motivazioni sono state le seguenti:
Le statue del Buddha e l’arte rupestre della valle sono una rappresentazione fondamentale della scuola Gandhara nell’arte buddista dell’Asia centrale (criterio I).
I resti della valle sono testimonianza di un importante centro buddista sulla Via della seta e dello scambio culturale tra arte indiana, ellenistica, romana, sasanide e alla base dell’espressione artistica della scuola Gandhara (criterio II).
Sono una testimonianza eccezionale di una tradizione culturale dell’Asia centrale ormai scomparsa (criterio III).
La valle è un esempio importante di un territorio culturale che illustra un significante periodo del Buddhismo (criterio IV).
La valle è l’espressione monumentale massima del Buddhismo occidentale. È stato un importante centro di pellegrinaggio per molti secoli (criterio VI).

Distruzione

I tentativi fino al XX secolo
Quando Mahmud di Ghazni conquistò l’Afghanistan nel XII secolo, le statue dei Buddha e gli affreschi vennero risparmiate dalla distruzione. Aurangzeb, l’ultimo imperatore Moghul, si distinse per il suo zelo religioso e usò l’artiglieria pesante in un tentativo di distruggere le statue[senza fonte]. Anche Nadir Shah, dopo molti secoli di relativa calma, fece sparare colpi di cannone sulle statue. Ma a parte alcuni danni di scarsa rilevanza, i due Buddha resistettero egregiamente fino alla fine del XX secolo.


I talebani
Nel marzo 2001, i Talebani, musulmani iconoclasti, ordinarono la distruzione delle due statue, denunciando surrettiziamente come idolatre quelle sculture. Anche se nell’intenzione di chi eresse le statue poteva esservi una forma di idolatria, le statue per il Buddismo rappresentavano comunque esseri umani e non dei. Da questo punto di vista i talebani hanno distrutto raffigurazioni umane e non divine, riuscendo peraltro a colpire in modo offensivo la sensibilità dell’Occidente da essi tanto odiato. Non va neppure dimenticato che nessuna dinastia islamica, fino ai Ghaznavidi si sognò mai di abbattere le raffigurazioni artistico-religiose del passato preislamico. Questo non è solo vero per l’Afghanistan (allora chiamato Khorasan e Tokharistan) ma, in modo del tutto eloquente, per l’Egitto col suo passato faraonico, ma anche la Siria o l’Iraq, con le sue innumerevoli testimonianze d’un passato che affonda le sue radici fin dentro il III millennio a.C. o la Libia e la Tunisia medievale e moderna, che conservarono le tracce del loro passato, non solo romano. La stessa Turchia, sede del Sultanato ottomano, restauratore del Califfato, non toccò mai le testimonianze del più remoto passato, come ad esempio quello hittita.

Nel luglio del 1999 – in linea con la consolidata tradizione islamica che non distrugge le testimonianze archeologiche del passato, fossero anche “idolatriche” come i monumenti della Mesopotamia, della Siria o dell’Egitto antichi – il Mullah Mohammed Omar aveva emanato un decreto in favore delle conservazione dei Buddha di Bamiyan. A causa del fatto che la popolazione di fede buddista dell’Afghanistan non esisteva più da lungo tempo, il che impediva la possibilità che le due statue venissero adorate, egli dichiarò: “Il governo considera le statue di Bamiyan un esempio di una potenziale grande risorsa turistica per l’Afghanistan, e quindi dichiara che il sito di Bamiyan non dovrà essere distrutto ma protetto”.

Il “clero” islamico afgano diede poi un severo giro di vite nei confronti dei segmenti non islamici della società. I Talebani bandirono ogni forma di raffigurazione, musica e sport, compresa la televisione, in accordo con quello che loro consideravano una rigorosa interpretazione della legge islamica.
Nel marzo 2001, secondo l’agenzia di stampa France Press, un decreto dichiarò:

« in base al verdetto del clero e alla decisione della Corte Suprema dell’Emirato Islamico, tutte le statue in Afghanistan devono essere distrutte. Tutte le statue del paese devono essere distrutte perché queste statue sono state in passato usate come idoli dagli infedeli. Sono ora onorate e possono tornare a essere idoli in futuro. Solo Allah l’Onnipotente merita di essere adorato, e niente o nessun altro. »
Il ministro della Cultura e dell’Informazione Qadratullah Jamal rese nota all’agenzia di stampa Associated Press la decisione dei 400 religiosi afgani che dichiarava che le statue di Buddha erano contrari ai principi dell’Islam.

Il 6 marzo il quotidiano londinese Times riportò che il Mullah Mohammed Omar disse: “i musulmani dovrebbero essere orgogliosi di distruggere gli idoli”. Egli aveva chiaramente cambiato la sua posizione, dall’essere favorevole alla conservazione delle statue all’essere fortemente contrario.

Tentativi internazionali di salvataggio

Il Metropolitan di New York chiese il permesso di portare negli Stati Uniti i due Buddha, e anche il governo indiano si fece avanti proponendo di prendere in consegna le due statue.[1] Dopo il primo giorno di bombardamenti, decine di governi tra i quali persino quello musulmano del Pakistan, unico paese amico dei Talebani, chiesero invano al mullah Omar di annullare la decisione.[2] A nulla valsero i tentativi di salvare le statue dalla decisione, ormai presa, dei Talebani di distruggerle.

La giustificazione
Il 18 marzo il New York Times riporta che un rappresentante dei Talebani disse che il governo prese questa decisione per l’ira derivante dal fatto che una delegazione straniera offrì denaro per salvare le antiche statue mentre un milione di afgani rischiavano di morire di fame.

Il 19 aprile 2004, durante un’intervista ad un giornale pachistano, il Mullah Mohammed Omar dichiarò: “Io non volevo distruggere i Buddha di Bamiyan. In realtà alcuni stranieri vennero da me e dissero che loro avrebbero voluto restaurare le statue che erano state lievemente danneggiate a causa delle piogge. Questo mi scandalizzò. Pensai “questa gente insensibile non ha riguardo delle migliaia di essere umani che muoiono di fame, ma sono così preoccupati per oggetti inanimati come i Buddha”. Questo era estremamente deplorevole, e questa è la ragione per cui ne ho ordinato la distruzione. Fossero venuti per ragioni umanitarie, non ne avrei mai ordinato la distruzione”.

Il governo dei Talebani decretò che le statue, che erano sopravvissute intatte per più di 1500 anni, erano idolatre e contrarie all’Islam. Durante la distruzione, il ministro dell’Informazione Qudratullah Jamal disse che “questo lavoro non è così semplice come la gente può pensare. Non si possono tirar giù le statue bombardandole perché entrambe sono incise e solidamente attaccate alla montagna”. I due Buddha vennero demoliti a colpi di dinamite e cannone dopo quasi un mese di intensi bombardamenti.

Ricostruzione

L’impegno per la ricostruzione
Benché le statue dei due Buddha siano state quasi completamente distrutte, i loro profili e alcune loro fattezze sono tuttora riconoscibili nelle cavità. È possibile per i visitatori esplorare le caverne dei monaci e i passaggi che le uniscono. Come parte dello sforzo internazionale per ricostruire l’Afghanistan dopo la guerra contro i Talebani, il governo del Giappone e alcune altre organizzazioni (tra cui l’Afghanistan Institute di Bubendorf in Svizzera e l’ETH di Zurigo) si sono impegnate nella ricostruzione delle due grandi statue di Buddha.

Tuttavia il restauro del sito non è stato considerato prioritario dall’UNESCO e probabilmente i Buddha non saranno mai ricostruiti. Gli sforzi hanno portato allo stato attuale solo ad un consolidamento della roccia e delle nicchie che hanno sofferto per il bombardamento. Il consolidamento delle pareti è stato eseguito dalla Trevi S.p.A. di Cesena (Italia).

Un ulteriore risultato è arrivato l’8 settembre 2008, quando, gli archeologi, alla ricerca di una leggendaria statua di 300 metri nel sito, annunciarono la scoperta di un terzo Buddha di 19 metri, un Buddha coricato in parinirvāna, una posa che rappresenta il passaggio del Buddha nel nirvana, di cui Xuanzang fa una descrizione.[3]

Il governo afgano ha chiesto all’artista giapponese Hiro Yamagata di ricreare i Buddha di Bamiyan[4] usando 14 raggi laser che proiettino le immagini delle statue nelle nicchie in cui erano stati scolpiti. I laser saranno alimentati tramite energia solare ed eolica. Se approvato dall’UNESCO il progetto, del costo di 9 milioni di dollari, in teoria avrebbe dovuto essere completato entro il 2007 ma, a tutt’oggi, non si hanno notizie in merito.

Documentari

Nel mese di marzo 2006 il regista svizzero Christian Frei ha realizzato un documentario di 95 minuti, intitolato “I Buddha giganti”, che parla delle statue, della decisione dei Talebani di distruggerle e delle reazioni internazionali. La voce narrante della versione italiana è del doppiatore italiano Riccardo Merli.

Fonte: Wikipedia

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