Di Nicole Valentini

“Dentro la foschia” è il titolo del film di Amin Wahidi, giovane regista proveniente dall’Afghanistan e residente in Italia dal 2007. Il titolo di questo cortometraggio è esplicativo della sua opera, e sta qui ad indicare il vivere costante del protagonista, ma anche dell’uomo moderno in genere, nella foschia di un futuro incerto, di relazioni assenti, di una perdita di senso, in una foschia dove forse solo il colore rosso acceso di una mela, simbolo d’amore, può risaltare ed essere ben visibile, un sentimento che è assente ma che rinnova costantemente la speranza di ritrovare una risposta alla domanda che affligge gran parte parte dell’umanità: cosa ci faccio qui? Che senso ha la mia presenza nel mondo? Perché alla fine sono le relazioni che contribuiscono a forgiare la nostra vera identità.

Le vite dei personaggi del film, seppur diverse tra loro, sono infatti indossolubilmente legate da questa affannosa ricerca. Con un utilizzo originale e mai scontato di luci e inquadrature, il regista ci trasporta così in un universo allegorico e mentale, dove i confini tra finzione e realtà sono labili, ma in cui comunque non è difficile rispecchiarsi. Il protagonista è un poeta e uno scrittore e forse per questo più incline all’introspezione e ai mutamenti dell’animo umano, ma è anche un outsider, un elemento indefinito della società e che perciò non può trovare spazio all’interno di essa.

La “mela” è inoltre il perno su cui muove l’intera storia, unendo le vite dei personaggi/persone, e cancellando perciò per un momento tutte le differenze che apparentemente li separano, trasformandosi in una sorta di comun denominatore dell’intero genere umano. In qualsiasi lingua la si pronunci la solitude da sempre e in ogni luogo divora molti uomini, ed è forse questa presenza opprimente e costante a costringere il poeta alla sua scelta finale; scelta con cui si conclude il film e che lascia forse intravedere una sorta di continuità, una via di fuga dal grigiore di una città, Milano, che sembra rispecchiare quello dei suoi cittadini, o forse solo un’illusoria speranza di redenzione.

Regia: Mohammad Amin Wahidi
Milano (Italia) durata: 30 minuti
Produzione: Deednow Production Afghanistan e Remspot Italia
Anno: 2011 Lingua: Italiano con sottotitoli in inglese.

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Qui di seguito proponiamo un’intervista al regista del film

Da dove nasce l’idea per la realizzazione di questo film ?Si potrebbe forse definire in un certo senso un film autobiografico?

L’idea di questo cortometraggio è nata dalla mia personale esperienza di rifugiato, le difficoltà che si riscontrano nell’essere rifugiati in un paese lontato dalla propria terra sono infatti numerose; quando una persona prova un certo tipo di dolore e quando non vi è modo di esprimersi in modo tale che gli altri capiscano, si avverte una mancanza, un’incomprensione che provoca un vuoto. Per un intelletuale, uno scrittore o un artista è molto importante che la sua voce possa essere udita, compresa e accolta dagli altri. La sua esistenza in quanto artista dipende infatti da ciò che egli è, dal suo pensiero e dalle sue azioni. Quando egli percepisce di non essere sentito e capito dagli altri, si porrà di conseguenza domande sulla propria esistenza di individuo e di artista.

A mio parere gli artisti sono come le onde, fino a quando esse hanno movimento esistono, ma quando cessano di muoversi non esistono più.

Per quanto riguarda la seconda parte della domanda, direi che il mio film non possa propriamente essere definito autobiografico, non direttamente almeno, tuttavia quando si realizza un film, quasi sempre in esso vi si ritrova qualcosa dell’esperienza personale del regista. Questo film è stato realizzato a partire sia da esperienze personali che da quelle delle persone che vivono intorno a me.

Come definirebbe il rapporto tra il protagonista e la città, Milano è qui rappresentata come emblema della metropoli in cui i rapporti umani si fanno sempre più sporadici?

Normalmente, le grandi città come Milano sono considerate centri d’opportunità. Si crede che più la città è grande, più sono le opportunità che si possono presentare, a me invece tale grandezza mi ha fatto spesso sentire perso e spesato. Ciò non è prerogativa di Milano, ma delle città grandi in genere, in cui talvolta si finisce per essere inghiottiti. Più la metropoli è grande e più la vita diventa meccanica; per questo motivo alcuni valori umani inevitabilmente si perdono, si passa il tempo a correre da una parte all’altra e di tempo per pensare a se stessi e agli altri ne rimane davvero poco.


Come ha vissuto la sua esperienza nel girare un film a Milano? Ha trovato delle difficoltà?

Girare un film è un’esperienza molto interesante ma allo stesso tempo è un’impresa difficile e faticosa, quindi occorre molta passione, energia e amore, nonché tanta pazienza. Creare un film è come far crescere un bambino, l’idea nasce, si sviluppa, cresce e finalmente diventa un film proiettabile sullo schermo.

Certamente le difficoltà ci sono sempre, specialmente in una città molto grande e trafficata. In questo corto, la cosa positiva è stata che per le locations non dovevamo pagare niente, e ciò grazie all’iniziativa del comune di Milano che ormai da un paio d’anni mette a disposizione le locations gratis ed anche grazie all’aiuto di “Lombardia Film Commission” che ci ha permesso di trovare i luoghi migliori per la realizzazione del film. Fino due anni fa il prezzo da pagare girare un film in locations esterne della città era infatti molto alto.

Come vede il panorama del cinema dell’ Afghanistan in questo momento?

Purtroppo come molti altri importanti settori, il cinema in Afghanistan, non è ancora stato ben introdotto e conosciuto, quindi per ora non è in cima all’elenco dei settori nei quali si voglia e possa investire. Non abbiamo mai avuto un’industria cinematografica vera e propria, tuttavia durante l’era comunista sono stati girati i miglior film della storia dell’Afghanistan, in quanto il governo pro-USSR era consapevole del valore del cinema come potente arma di propaganda. Ormai è da molti anni che non esiste più una cultura del cinema in Afghanistan, e le stesse persone non conoscono l’importanza del cinema.

Non esiste nemmeno un settore privato che investa sul cinema e produca film. In questi ultimi dieci anni, anche se non sono stati girati molti film vi sono stati registi emergenti che hanno fatto dei bei lavori. La quantità dei prodotti cinematografici non è certo grande, ma la qualità è più che accettabile.

L’unica speranza per il futuro del cinema dell’Afghanistan sono i giovani registi che hanno studiato cinema ed hanno una straordinaria capacità nel girare film. Sono loro il futuro del cinema dell’Afghanistan.

Quali sono i suoi progetti futuri?

Per il momento ho almeno una decina di idee e soggetti da realizzare negli anni a venire, ma i progetti veri e propri già decisi constano di due film che verranno realizzati in questo nuovo anno 2012.

Uno è un cortometraggio dal titolo provvisorio “The Last Hope”, che narra la vita quotidiana, gli ostacoli, le sfide e i problemi affrontati da un Hazara-campione di pugilato e kickboxing in Italia. Questo film sarà un cortometraggio di fiction prodotto da “Deedenow Cinema Afghanistan” e “Remspot Italia”. La regia e la sceneggiatura saranno sempre mie, mentre la direzione della fotografia sarà affidata a Marco Masante.

L’altro progetto è incentrato su un lungometraggio che spero di poter realizzare entro la fine del 2012. Il titolo provvisorio di questo film è “Misunderstanding” e racconta la vita di un gruppo di giovani immigrati e rifugiati stranieri che si ritrovano a condividere un appartamento a Milano. Al momento, “Deedenow Cinema Afghanistan” e “Remspot Italia” sono le due case di produzione del film ma stiamo ancora cercando dei co-produttori italiani e stranieri per la realizzazione finale.

Oltre ai film, ci sono altre attività che ci stiamo preparando ad organizzare in Italia, come ad esempio mostre d’arte e di fotografia di vari artisti provenienti dall’Afghanistan .

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